Weekend

Sala 1

Lunedì, 28 Novembre 2016

Russell conosce Glen in un locale e si risveglia al suo fianco la mattina dopo. Quella che sembra solo l'avventura di una notte si trasforma però in qualcosa di più: nell'arco del weekend i due arriveranno a condividere sentimenti, ricordi, paure e desideri, fino a scoprirsi all’inizio di un'imprevista e travolgente storia d'amore.

 

Scheda

Regia: Andrew Haigh
Paese: Inghilterra
Anno: 2011
Durata: 96 min
Con: Tom Cullen, Chris New, Laura Freeman, Vauxhall Jermaine, Jonathan Race

Trama

 Russell conosce Glen in un locale e si risveglia al suo fianco la mattina dopo. Quella che sembra solo l'avventura di una notte si trasforma in qualcosa di più: nell'arco del weekend i due arriveranno a condividere sentimenti, ricordi, paure e desideri, fino a scoprirsi all'inizio di un'imprevista storia d'amore.

Critica

Uscito 5 anni dopo la sua realizzazione sulla scia del successo di 45 anni, il secondo lungometraggio di Andrew Haigh circoscrive nuovamente un intervallo di tempo nel quale racchiudere una relazione amorosa (giunta al capolinea in 45 anni e colta nel suo nascere in questo) con la stessa sensibilità, cura e attenzione nei confronti delle coppie in scena e del loro contesto sociale. Si parla, tra le tante cose, anche delle preoccupazioni legate all'essere gay oggi quando si devono fare i conti con l'eteronormatività dominante, ma non in questo risiede la politicità del film, quanto nella sorprendente naturalezza, autenticità e urgenza della rappresentazione di un sentimento che nasce poco per volta e che invita a ripensarsi, a riformulare la propria identità nell'incontro con l'altro, a spogliarsi, scoprirsi e riscoprirsi assieme. Girato in una quindicina di giorni con troupe ridotta e in successione cronologica per preservare quanta più spontaneità possibile nella performance degli interpreti, il film vive di uno stile naturalista che non si risolve mai in piatta mimesi del reale. Sceneggiatore dal talento incredibile, Haigh regala una verosimiglianza totale ai suoi dialoghi e rende cinematograficamente potenti storie 'qualunque'. Haigh è anche un meraviglioso direttore di attori, Tom Cullen e Chris New sono bravissimi, ma si vede chiaramente una precisa scelta di recitazione 'intima' guidata dal regista: il lavoro sui gesti, sui sorrisi e sugli sguardi è parte integrante di una cifra stilistica pura. 

Rubrica

«Volevo raccontare un'onesta, intima, autentica storia d'amore. Quel misto di paura e eccitazione che arriva insieme alla possibilità di qualcosa di nuovo. Volevo vedere questi due giovani uomini innamorarsi lentamente l'uno dell'altro, delle loro reciproche differenze, quasi come se stessero scoprendo dei pezzi mancanti di loro stessi. Volevo catturare quei momenti che due persone condividono quanto iniziano davvero a impegnarsi in una relazione. Russell e Glen sono due uomini che attraversano la vita in modi diversi ma entrambi cercano la stessa cosa: il loro posto nel mondo. Stanno provando a capire chi sono, cosa vogliono e come possono definire se stessi, in pubblico come in privato.» (Andrew Haigh)

PierMaria Bocchi in www.cineblog.it:

“È il secondo lungometraggio di Andrew Haigh, non l'opera prima. È del 2011. Esce in sala adesso, dopo il successo di 45 anni e la partecipazione a festival non così piccoli e invisibili come la distribuzione c'ha tenuto a far notare (excusatio non petita). Queste le generalità, che corteggiano ancora una volta il principio del “meglio tardi che mai”, un principio da terzo mondo, una consuetudine da paesi in via di sviluppo, la diseducazione di un mercato poco perspicace e che non confida negli spettatori. Eppure Weekend è il film gay più bello degli ultimi tempi. Basta omologazione. E basta equivalenza. Per resistere alla piegatura del gender su moduli largamente accettati dall'egemonia dei ruoli (qualcuno potrebbe definirla metrosessualità: a suo tempo, Mario Mieli parlava di eterochecche), proviamo a tornare a demarcare prepotentemente, a ispessire la disomogeneità. Proviamo a rimisurare l'identità, a riregistrarla, a rimetterla in proporzione. Rifacciamo dei distinguo, riconfiguriamo la disarmonia. Smarchiamo il sesso da un contesto dominante, e rinforziamo così il suo carattere originale di dissenso, di divergenza dal pensiero comune e dall'opinione tradizionalista. Come Lo sconosciuto del lago (a questo proposito più teorico), e come Looking, la serie tv di Haigh per la Hbo, Weekend toglie dai suoi due protagonisti le macchie degli scenari socio-culturali e ridà importanza al sé come numero primo, una natura indivisibile e non conformabile. Per favore non discutiamo di parità di sentimenti, o di normalità d’amore: finalmente Weekend riconsegna un ordine alla diversità, e non la ordina secondo il sistema. Nella vicenda di questi due ragazzi che s'incontrano, si piacciono e s'innamorano c'è una storia (come era una storia quella di Breve incontro), ma c'è prima di tutto lo scontornamento dell'identità dai suoi bordi, per ricominciare a idealizzare il gender come fenomeno autosufficiente e antropocentrico. Soltanto così, con questo colpo di spugna su decenni di flirt con il potere e di inquinamento di una specificità di conflitto, con l'azzeramento ideologico, con la riproposizione prepotente di un senso ermeneutico non più corrotto da immaginari cinematografici impuri, ecco, soltanto così il sesso può rincasare nella sua forma più sincera. Non c'è però solitudine: assolutizzare il gender non vuol dire emarginarlo, bensì rinvigorirlo, rinnovarlo, riformularlo. Togliere le confort zone del gender e riproporre il gender stesso come confort zone a sé, idea di sé e per sé. È qui che possiamo ricominciare a pensare a un altro quale entità fondamentale. Con una tale riformattazione, Andrew Haigh esercita la più intensa e formidabile rivoluzione possibile, quella dell’identità per l'identità. Allora sì che ha valore discutere di sentimenti, di indecisioni, di contraddizioni, insicurezze, imbarazzi, entusiasmi, perché sono cose proprie, e non universali, sono cose individuali e private, non generiche. Un valore gay, non indeterminato, non consueto, non buono per tutte le stagioni. Torniamo anche a ridare un vincolo alle parole. In questo film meraviglioso e commovente, però di una meraviglia per l'eccitazione del momento e di una commozione per le emozioni vive, c'è la virtù della parola e del gesto come stile, perché come usa Haigh le parole, come le filma, come le sceglie, come le fa dire lui, le parole, ai suoi attori, e come ne filma anche l'ascolto, e poi l'impatto, e poi il segno, non lo fa nessun altro. Guardate la scena finale alla stazione, dove le parole si perdono nel caos della realtà, e provate a non piangere. La rivendicazione di una singolarità passa anche da qui, dal peso assegnato alle parole e al loro ascolto. Queering film, ovvero il cinema che torna a ridare autorità all’uomo in qualità di urgenza individuale (sì, urgente, perché ce n’è bisogno). Weekend è un capolavoro.

 

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