Reality

Lunedì, 11 Novembre 2013

Per mantenere la moglie e i due figli e soddisfare i bisogni indotti dalla modernità, il napoletano Luciano (Aniello Arena) fa il pescivendolo insieme al cugino e si districa tra piccole truffe. Nel suo piccolo, ha però un grande desiderio: sogna di partecipare al reality Grande Fratello, con la speranza di avere un ritorno economico dall'avventura televisiva che gli permetterebbe di cambiare vita e futuro e di assecondare una certa dose di narcisismo insita in lui. Divenendo ossessionato dall'idea, finisce con il perdere il senso della realtà, distorcendo la percezione di ciò che lo circonda.

 

Scheda

Regia: Matteo Garrone
Paese: Italia
Anno: 2012
Durata: 110 min
Attori: Aniello Arena, Claudia Gerini, Loredana Simioli, Nunzia Schiano, Ciro Petrone

Trailer: http://www.mymovies.it/film/2012/bighouse/trailer/

Critica

 "Sul post Gomorra di Garrone che sta anche "prima", mi sono trovato a sentire chiare due cose che sospettavo: 1) nel mio Paese, l'anima in pena dell'aspirante al posto di Re, promesso a tutti, ha un trono che l'aspetta, un loculo per svanire e rinvenire, deve solo trovare la strada per invertire la rotta, dalla realtà alla contemplazione della clinica, dalla possessione al set; 2) la commedia impossibile nel cinema italiano d'eterno vittimismo del passato ha una possibile commedia nel rifiuto violento della nostalgia e nella ricerca violenta di un realismo sospeso sul cinema che ci precede, nei contenuti come nella forma (strada che percorre anche la tragicommedia di Ciprì). Matteo Garrone ha una visione chiara e strutturata della regia cinematografica. Trattando di un vaneggiamento nel contesto chiassoso, solidale, paradossale di Napoli, e del distacco nel sogno di una cosa, cerca una posizione giusta e attraente, diciamo una personale "realtà aumentata", una prospettiva comunque diversa dal grottesco, dal pastiche o dalla satira. Anche per i detrattori, in questo senso, Reality diventa una commedia aperta a fruttuose scomposizioni e ricomposizioni tra gli specchi del "ventennio", lasciando traspirare l'olezzo del virus. Non è un gioco. È un valore. L'aspirazione al Grande Fratello, quel bunker di eletti che ti cambia la vita se non sai che vita vuoi, tocca il pescivendolo Luciano in occasione d'un provino. Saracinesca e banco al quartiere Barra e un traffico di robot di cucina, vive l'attesa di una convocazione con spostamenti progressivi dal desiderio al delirio al desiderio delirante, fino a sentirsi "assente non giustificato" dal programma, scatenando una nevrosi di controllo che è comica, tragica e simbolica (la vendita della pescheria, il grillo che lo fissa in casa, la donazione ai poveri). Per il medico è «trauma da GF», dopo le trasmissioni passerà (Arena, attore carcerato, parafrasa Totò dove Totò sembrava la marionetta sorvegliata da un dio/giudice). È fondamentale, ma non lo diciamo, come Luciano riesca a introdursi nella "casa" tra i vanagloriosi protagonisti, un fantasma nella sua patria di spettri. E ora fuori i nomi: Fellini, Visconti, Germi, De Sica... (Silvio Danese, FilmTV n. 39/2012)

"I paradisi artificiali sono trappole illusorie" - Incontro con Matteo Garrone, conferenza stampa all'anteprima romana dela sua ultima fatica, Reality, vincitore del Grand Prix speciale della giuria al festival di Cannes 2012, presentato anche a Toronto e vincitore di numerosi premi internazionali. Tanti gli spunti di riflessione offerti dal regista romano, al ritorno dopo ben quattro anni e la pesante eredità lasciata da Gomorra.
Nella seconda parte del film c'è un cambiamento di recitazione, meno fisica più sognata, come avete lavorato?
Garrone: è stato un percorso insieme all'attore, dall'inizio alla fine della sceneggiatura. Questo viaggio mi consente di seguire passo passo i vari momenti della drammaturgia, sentire insieme all'attore come li vive dall'interno. Con Aniello (Arena) c'è stato un dialogo sempre aperto, abbiamo tentato di capire insieme tutti gli stati emotivi che viveva il personaggio Luciano. Poi il film prende una direzione dalla commedia fino a L'inquilino del terzo piano, un viaggio nella mente, la perdita dell'identità. Il film vive di una coralità, mi faceva piacere valorizzare tutti i personaggi della famiglia che è il detonatore che crea quest'esplosione nel personaggio di Luciano.
Come sei arrivato alla scelta di Aniello? Dicevi che tu stesso corri il rischio di essere vittima, sembra però una trappola per persone culturalmente meno attrezzate...
Garrone: Vivendo nella società dei costumi, tutti possono essere vulnerabili. Riguardo alla scelta di Aniello, mio padre era critico teatrale, avevo l'abitudine di andare a teatro con lui. La compagnia della fortezza di Armando Punzo è quella che amavamo di più. Aniello da 12 anni è uno degli attori più importanti, già lo volevo per un ruolo in Gomorra, per fortuna è andata bene con Reality.
Nel film ci sono molte scene di carattere religioso, i riferimenti con questo ipotetico occhio supremo che ci osserva dall'alto e il Grande Fratello. Vero che per sentirci vivi e presenti abbiamo bisogno di un occhio che ci guardi?
Garrone:onestamente nella storia reale c'era il rapporto fra Luciano e il cugino credente, i dialoghi sull'occhio: per uno di Dio, per uno del Grande Fratello c'erano. Sviluppare questo elemento mi piaceva. Siamo rimasti fedeli a questo. Poi lo spettatore può dare una lettura, preferisco non darla io, non mi appartiene caratterialmente.

"I mostri ai tempi dei reality show": Luciano (Aniello Arena) lavora serenamente nella sua pescheria in un quartiere popolare di Napoli e con la moglie Maria (Loredana Simioli) gestisce un piccolo giro di truffe, per poter condurre una vita non agiata, ma tutto sommato serena. Finché non arriva l'occasione di una vita – i provini per il reality show Grande Fratello – a togliere la pace a lui e alla sua famiglia. Con Reality, Matteo Garrone si conferma un talento registico di spicco nel panorama nazionale. Pur cimentandosi in una vicenda ben diversa da quella di Gomorra (2008), i protagonisti sono in fondo gli stessi: i personaggi dell'odierna Italia popolare – quella del Sud, nella fattispecie - che un po' per ingenuità, un po' per fame e un po' per pigrizia, finiscono vittime dei centri di potere alternativi a quelli di uno Stato che sembra essersi dimenticato di loro. Così, se nello scorso film era la Camorra a fornire ai protagonisti un'illusoria possibilità di riscatto, qui è la televisione, con la sua mitologia di "divetti" e "starlettine" a buon mercato. Il film mette in scena l'epopea dolce-amara di un piccolo "circo", solo in apparenza di adorabili freak – Luciano, la sua famiglia e il microcosmo del quartiere – che poi a ben guardare non sono altro che lo specchio deformante degli italiani di oggi, vizi e virtù, tratteggiando così una sorta di rinnovato ritratto monicellinano dei "mostri", ai tempi dei reality show. Piaccia o no, attraverso la garbata caricatura, emerge il sardonico profilo di un Paese che, pur cambiando i governi e le tecnologie, in fondo rimane sempre lo stesso, almeno nella sua (dis)umanità. Costruito come una sorta di fiaba per bambini, con un'introduzione a suo modo onirica e un finale altrettanto rarefatto e surreale, Reality è prima di tutto girato magnificamente. Ad "aprirlo" è un lungo piano sequenza che carrella al tramonto sulla skyline cittadina, fino a seguire in plongée una carrozza da Cenerentola, dalla quale escono sposini esagerati come la villa da matrimoni in cui si festeggiano contemporaneamente coppie diverse, a suon dei «never give up» dell'ultimo divo uscito dalla casa del GF. A chiuderlo è una splendida inquadratura – di nuovo in plongée, descrivendo così una vera e propria "cornice" narrativa – che zooma indietro fino al campo lunghissimo, in cui le luci abbaglianti della casa del reality non sono che un puntino luminoso perso nel buio, tanta è l'importanza di un programma televisivo nel disegno dell'universo. Garrone dà prova di un uso abile e consapevole della macchina da presa, in particolare nella maestria con cui gestisce movimenti di macchina e piani sequenza, al servizio di una narrazione fluida e allo stesso tempo capace di (far) riflettere su di sé. La durata dilatata delle inquadrature, spesso modulate in lunghi movimenti della camera, mentre conferisce scorrevolezza al racconto, veicola infatti al tempo stesso la consapevolezza dello sguardo meccanico, inducendo così lo spettatore alla riflessione sul mezzo stesso e quindi sul ruolo dei media nella dimensione minuta delle singole esistenze. Quello sguardo meccanico che insiste nel prolungare in modo estenuante carrellate e panoramiche o osserva con cura esasperante il volto in primissimo piano di Luciano, è l'occhio della macchina da presa, certo, ma è anche quello della telecamera del reality, come anche quello delle migliaia di telecamere che registrano il nostro volto ogni giorno, senza che neanche ce ne accorgiamo, dal circuito chiuso di un negozio, al semaforo, al souvenir di un turista. Spesso i primi e primissimi piani sul volto di Luciano giocano con lo sfondo fuori fuoco per tradurre visivamente lo stato di allucinazione mentale del protagonista, ormai vittima di una visione deformata del reale, in cui tutto si è trasformato in "reality" e non conta più l'essere, se non nella misura in cui appare. Così persino la carità cristiana diviene un fenomeno da baraccone, un altro numero da circo televisivo, mentre la famiglia va a rotoli. Il cast si compone di protagonisti e comprimari semplicemente stupendi nei loro tratti caricaturali che la recitazione naturalistica intelligentemente si limita ad assecondare senza sovraccaricare la naturale componente grottesca, di ulteriori sovrastrutture recitative. Su tutti risalta senz'altro il bravissimo Aniello Arena, per il suo Luciano parimenti commovente e indisponente, ma si farebbe un torto a non riconoscere la bravura dell'intera "carovana" di interpreti, dai volti più noti - Claudia Gerini, Paola Minaccioni, Ciro Petrone, tra gli altri – ai meno conosciuti, bambini compresi, tutti ugualmente responsabili del proprio insostituibile apporto a un puzzle tanto ricco ed efficace. Tutto questo mentre le incantevoli musiche di Alexandre Desplat, con il loro felice carillon di melodie fiabesche, ci trasportano nella visione surreale di Luciano, contribuendo alla produzione dell'atmosfera agrodolce e trasognata del film. Una colonna sonora godibilissima anche al semplice ascolto, che per la malinconica magia di cui è capace, ricorda vagamente certi indimenticati motivi di Nino Rota, frutto del lungo sodalizio con Fellini – basti pensare a8 ½ (1963) e Amarcord (1973), per restare ai più noti. Garrone ci seduce col fascino decadente di un'Italia da baraccone, un po' felliniana se vogliamo, che fa sorridere e desta compassione... finché non ci rendiamo conto che il baraccone in fondo è anche la sala in cui siamo seduti, che quei fenomeni siamo un po' anche noi – o tanti di noi – e allora è la rabbia a prendere il posto del riso e della tenerezza, nel Paese dei bunga bunga, delle veline e del Grande Fratello. Presi dallo sconforto, facciamo nostro il mantra di Enzo (Raffaele Ferrante), il vip da reality del film e con lui ripetiamo in coro: «never give up!».
(Elisa Uffreduzzi, in www.drammaturgia.it, 03.10.2012)

Premi

Vincitore del “Grand Prix Speciale” della Giuria al Festival di Cannes 2012

 

Note

ospiti Armando Punzo e Aniello Arena