Nanga Parbat

Lunedì, 04 Novembre 2013

Il film ricostruisce la drammatica vicenda occorsa a Reinhold Messner, il celebre alpinista altoatesino, quando nel 1970, dopo la conquista in Pakistan del Nanga Parbat (la nona cima del mondo, 8125 metri) perse il fratello Gunther che era con lui, travolto da una valanga, e dovette abbandonarne il corpo, venendo poi ingiustamente accusato di averlo sacrificato pur di raggiungere la vetta.

 

Scheda

Regia: Joseph Vilsmaier
Paese: Germania
Anno: 2010
Durata: 100 min
Attori: Florian Stetter, Andreas Tobias, Matthias Habich, Karl Markovics, Volker Bruch

Trailer: http://www.filmtv.it/film/42120/nanga-parbat/trailer/

Critica

Monaco, 24 settembre 1970, il dott. Karl Maria Herrlingkoffer sta tenendo una conferenza stampa. La sua spedizione tre mesi prima ha conquistato la vetta del Nanga Parbat. È la terza volta che questo accade ma è la prima volta che viene risalito il versante meridionale lungo l'inviolata, fino ad allora, parete Rupal. All'improvviso irrompe nella sala Reinold Messner. Avanza sorreggendosi alle stampelle. È il silenzio. Herrlingkoffer, scosso dalla inaspettata presenza, prosegue la conferenza visibilmente innervosito. Dà notizia della terribile tragedia che si è consumata durante la spedizione. Uno dei due fratelli Messner, il giovane Günther, è rimasto vittima a dir suo della irresponsabilità del fratello maggiore. Messner urla la sua innocenza ed incomincia a raccontare la sua versione di quanto è accaduto. La ricostruzione della vicenda è molto dettagliata, lo stesso Reinold Messner nella realtà ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. Il suo punto di vista è essenziale per la comprensione di ciò che realmente è accaduto. Il film viene così impreziosito anche da aneddoti importanti che ci raccontano l'infanzia e la crescita dell'uomo e dell'alpinista. Il regita Joseph Vilsmaier affonda efficacemente il suo sguardo dentro personaggi carismatici e dalla grande personalità alla ricerca dei loro difetti e dei loro limiti. Non potrebbe fare diversamente per rendere al meglio il suo obbiettivo: celebrare l'alpinismo ed uno dei suoi più importanti padri fondatori. L'aspetto storico e sociale in cui questa storia si è svolta rafforza il messaggio più intimo che l'alpinismo insegna: la conquista non è la vetta, non è un percorso che possiamo organizzare nel dettaglio arrivando alla certezza della vittoria. La vetta è la conquista della propria anima, è la comprensione di noi stessi, di quello che veramente vogliamo e possiamo. La comprensione della psicologia dei protagonisti è il successo di questo film. (www.mymovies.it)

Verrà la morte e avrà gli occhi di tuo fratello. Per tutta la vita ti guarderanno, interrogandoti su quella volta. Reinhold Messner ne sa qualcosa. In qualche modo, la perdita del fratello Günther sul Nanga Parbat nel 1970 è stata l'ossessione della sua vita, un rovello mai esaurito, neppure quando, nel 2005, l'evidenza dei fatti è parsa dichiarare chiusa la questione: sì, Günther morì nel corso della discesa sul versante Diamir di quella maledetta montagna. Dunque Reinhold non l'aveva abbandonato prima ancora di aver raggiunto la vetta dal versante Rupal, secondo l'accusa rivoltagli dal capospedizione Karl Maria Herrligkoffer. I resti di Günther Messner furono ritrovati ai piedi del versante Diamir dopo quasi quarant'anni; dopo che Reinhold era tornato più e più volte su quella montagna (compiendo anche la prima salita solitaria agli 8.125 metri della sua vetta), dopo aver scritto (Reinhold e altri autori) una pletora di libri su quella vicenda, dopo che un film (Nanga Parbat, di Joseph Vilsmaier, 2010) aveva accolto e divulgato la versione dei fatti di Reinhold come accertata e definitiva. Ma la pace no. Se Reinhold cercava la pace cercando Günther, non credo che l'abbia trovata. O, di nuovo, gli è stata sottratta. Un libro del 2010, tradotto l'anno scorso da Lucia Prosino per le edizioni Versante Sud è tornato a riaprire il caso: si tratta di Nanga Parbat 1970, di Jochen Hemmleb. Hemmleb, con piglio investigativo, testimonianze inedite di partecipanti alla spedizione del '70 e forse uno zelo degno di miglior causa, ha sottoposto a una lettura critica incalzante le parole e gli scritti di Reinhold Messner sulla vicenda. Concludendo, in maniera fastidiosamente allusiva, che, sì, le cose andarono forse come sostiene Messner, ma anche...
Al cuore della vicenda c'è la salita solitaria intrapresa da Reinhold a partire dall'ultimo campo in quota com'era stabilito in caso di peggioramento del tempo, segnalato da un razzo rosso lanciato dal campo base. Un razzo blu avrebbe significato bel tempo – in quel caso tutti gli alpinisti presenti in quota avrebbero tentato la vetta. Fu sparato il rosso, per errore, si disse. Partito Reinhold, due altre cordate avrebbero dovuto attrezzare la via di discesa, ma Günther decise di raggiungere il fratello, e con lui giunse in vetta allo stremo delle forze. Con Günther in quelle condizioni, Reinhold decise che la sola via di discesa possibile era dal versante opposto. Hemmleb, appoggiandosi sulla testimonianza del cineasta Gerhard Bauer e sulle contraddizioni rilevate nei libri scritti a distanza di anni da Messner stesso (quasi ignorando, l'autore, che la memoria è una funzione soggetta al passare del tempo...), sostiene di fatto che la traversata era già nei piani di Reinhold e che a quel progetto finì per sacrificare il giovane fratello. Ciò che sostenne Herrligkoffer anche in tribunale, perché la spedizione finì ad avvocati e processi. Ma non stiamo a farla lunga. Messner arrivò più morto che vivo ai piedi della montagna, fu soccorso da pastori pakistani e per caso si imbatté nella spedizione che ormai lo considerava disperso, aveva smobilitato i campi e stava facendo ritorno a casa. Un po' come successe a Hermann Buhl, che salì per la prima volta in vetta, da solo, nel 1953, contro l'ordine di rientro del capospedizione, un certo Karl Maria Herrligkoffer... Anche Buhl trovò i campi vuoti nel corso della sua drammatica discesa. Sarà che gli uomini, gli alpinisti, non sfuggono al proprio destino; e che la Storia cospira a determinarlo. Messner, cresciuto nella stessa lingua, non poteva essere estraneo a un medesimo contesto culturale, ma solo per contestarlo radicalmente. A modo suo, naturalmente: affermando la propria individualità e le proprie contraddizioni, grandi quanto quella è grande. Sul Nanga Parbat, Günther, fratello minore, morì anche di questo. Ma non per questo. Colpa e sospetto sono categorie fuori posto per dire di due giovani che avevano sognato insieme quella montagna e che ne furono vittime, per una vita e per sempre. (Erminio Ferreari, in www.planetmountain.com)

Note

 In collaborazione con il CAI sezione di Scandicci

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